Arte del ricamo artistico di Oliena
Patrimonio Culturale Immateriale

L'Arte del Ricamo di Oliena

Fili di seta e d'oro che raccontano secoli di tradizione, maestria e identità culturale

Su Hustummene

Il costume di Oliena, in dialetto su hustummene, è conosciuto e apprezzato da tutti per la sua eleganza e sontuosità. Il suo fascino è dovuto al fatto che per la sua realizzazione sono necessarie le competenze di svariati artigiani, tra i quali sarte, calzolai e ricamatrici, che grazie al loro estro donano ai capi un tocco di originalità, rendendoli unici e riconoscibili.

Ad oggi sarte e calzolai si possono contare sulle dita di una mano, mentre sono molteplici le ricamatrici, anche giovani, che continuano a praticare questo mestiere.

Infatti, elemento emblematico del costume sono i ricami, dalle tonalità decise e vivaci, accostati ai colori caldi dei fili d'oro e d'argento e illuminati dalla presenza di lustrini lucenti.

Su Hustummene - Costume tradizionale di Oliena indossato durante le processioni
Su Hustummene - Il costume tradizionale di Oliena nelle processioni religiose
Foto: Salvatore Mussone, 2011

Oltre alla realizzazione del costume tradizionale, le ricamatrici sono dedite alla preparazione di corredi necessari per accompagnare e ben augurare le varie fasi di vita, come ad esempio matrimoni e battesimi. Nonostante le donne di Oliena oggi siano riconosciute e ricercate per la loro bravura, questa professione originariamente non faceva parte della nostra tradizione.

Infatti la figura della ricamatrice nacque probabilmente intorno alla fine dell'800, primi del '900 quando vennero importati i primi fazzoletti ricamati, presumibilmente dalla Spagna, e in seguito, poiché non tutti potevano permetterseli, alcune donne decisero di riprodurli autonomamente. Col tempo affinarono la propria tecnica e la insegnarono alle nuove leve, tramandando con essa anche tutta la loro passione verso quest'arte.

Produzione Locale dei Materiali

Una particolarità del nostro costume è che la gran parte dei materiali, almeno fino agli anni '50, veniva prodotta in loco. Un esempio tangibile è l'orbace, frutto della trasformazione della lana lavorata finemente dalle filatrici e dalle tessitrici, ritenute brave al punto da essere elogiate da numerosi autori, quali ad esempio V. Angius e G. Deledda.

Meno conosciuta, ma ugualmente importante, è la mansione svolta dagli esperti tintori. A loro spettava il compito di procurarsi le piante da cui venivano estratti i pigmenti utili alla creazione delle varie miscele di colore. Essi attingevano dalle erbe presenti nella flora del territorio limitrofo, proprio per questo ogni paese ha i suoi colori caratteristici che richiamano l'aspetto cromatico della vegetazione circostante.

Il Costume come Mezzo di Comunicazione

L'abito tradizionale non costituiva soltanto un semplice indumento, ma veniva considerato un vero e proprio mezzo di comunicazione, in quanto dai materiali utilizzati e dal modo in cui veniva indossato, era possibile dedurre lo stato sociale nonché la condizione personale di ogni individuo. Secondo le leggi non scritte vigenti in passato, nei casi in cui una donna fosse stata nubile o sposata, l'abbigliamento cambiava, seppur per piccoli dettagli.

La condizione di lutto si dimostrava in modo più evidente, infatti si indossavano capi dai colori scuri e spenti; le persone trascuravano il loro aspetto e si imbacuccavano forse con l'intento di nascondere il proprio dolore. Per questo motivo ad esempio, le donne portavano su muncadore legato in maniera differente così da coprire quasi interamente il volto, e gli uomini, indipendentemente dalle stagioni, non uscivano di casa senza il soprabito.

I nobili e i benestanti, appartenenti alla cosiddetta "casta", erano soliti indossare costumi realizzati in pregiati tessuti. Le donne li arricchivano ulteriormente con ricami elaborati e diversi gioielli, sottolineando così la loro condizione sociale. Era facile riconoscere anche gli uomini appartenenti a questa casta, data la loro imponenza, i modi eleganti, l'ordine e la cura personale. Essi non di rado indossavano anche pelli lavorate finemente o eleganti cappotti di orbace.

Coloro che non appartenevano ai ceti nobiliari non avevano il diritto e non osavano indossare abiti pregiati, altrimenti sarebbero stati etichettati come "ashingios". Tale vocabolo era utilizzato per additare le persone che si elevavano ad un livello superiore pur non appartenendovi; questo comportamento veniva considerato dai nobili, soprattutto dalle donne, come un affronto e pertanto non era raro assistere a scene in cui esse reagivano danneggiando il pezzo interessato.

L'Evoluzione nel Tempo

A partire dagli anni '20 in seguito alla prima guerra mondiale, il vestiario maschile subì un cambiamento evidente, infatti gli uomini che ne presero parte, al loro rientro decisero di conservare l'abbigliamento e le mode adottate nel continente, poiché risultavano più comode e pratiche. Si passò quindi dal modo di vestire denominato a sa rustica ("alla rustica"), termine con cui ci si riferiva volgarmente agli uomini che portavano su hustummene, all'abbigliamento cosiddetto a cusinu, espressione utilizzata per indicare coloro che indossavano i classici completi.

Così come gli uomini anche le donne iniziarono ad ammodernare il loro guardaroba con l'introduzione delle bluse e de sa vardetta, ossia una gonna di stoffa anziché di orbace. L'innovazione, soprattutto nel caso delle donne, si introdusse lentamente, e solo intorno agli anni '50 il cambiamento divenne definitivo.

Su hustummene iniziò ad essere considerato un elemento della tradizione da proporre esclusivamente in alcune feste, come ad esempio nelle processioni in onore di San Lussorio, Corpus Domini e Pasqua, e nelle manifestazioni folkloristiche. Per di più, oltre che come abito da sposa e da sposo, era usanza comune, e spesso lo è ancora oggi, indossare il costume anche durante i festeggiamenti dei sacramenti, quali ad esempio matrimoni, battesimo e prima comunione di un figlio.

Con il passare del tempo, in seguito alla crescita economica, le differenze tra i ceti si affievolirono e, dato che tutti ebbero la possibilità di acquistare e indossare i materiali fino a quel momento consentiti esclusivamente alle classi più agiate, si arrivò ad un abbigliamento più uniforme.

Su Muncadore

Il copricapo tradizionale delle donne di Oliena: arte, eleganza e significato culturale

Su Muncadore sul telaio - Ricamo in lavorazione con fili d'oro e seta
Il telaio tradizionale per il ricamo di su muncadore

Uno degli aspetti caratteristici del costume di Oliena è su muncadore, copricapo indossato dalla donna. Esso era fatto con un tessuto di lana nero o marrone, chiamato tibet, di forma quadrata; le misure variavano a seconda dell'utilizzo che ne veniva fatto:

  • 0,80 x 0,80 m - D'uso giornaliero
  • 1 x 1 m - Costume da sposa
  • 1,25 x 1,25 m - Per corporature imponenti

Originariamente venivano acquistati già pronti con prezzi che variavano a seconda del disegno, più o meno grande. Col passare del tempo sempre più donne, probabilmente per motivi economici, iniziarono a copiarne la foggia e a realizzarli autonomamente.

Inizialmente il ricamo veniva eseguito a drenuccu, ovvero poggiavano il lavoro sulle ginocchia (Fig. 1). Solo in seguito si assistette all'arrivo dei telai (Fig. 2a, 2b), i quali permisero di raggiungere una maggiore agevolezza nell'esecuzione e una più fine precisione nella realizzazione dei ricami.

Il Telaio Tradizionale

La stoffa veniva tesa sul telaio, permettendo conseguentemente l'utilizzo di entrambe le mani. Fu così che presto le donne si specializzarono fino a diventare delle vere e proprie maestre del ricamo. Il telaio è una struttura di legno formata da quattro aste della stessa lunghezza, in due delle quali vengono inserite due strisce di stoffa, lasciando però alle estremità lo spazio necessario per eseguire dei buchi nei quali verranno poi inserite le altre due aste. In queste ultime vengono eseguiti dei fori per tutta la sua lunghezza.

Contenuti in Aggiornamento

Questa pagina è in continuo aggiornamento. Inviaci le prossime sezioni del testo per completare la narrazione completa dell'arte del ricamo di Oliena.